• Paola Adamo.it

    Se credi in Dio, hai il mondo in pugno.

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    L'uomo deve fare solo ciò che può fare
    e non ciò che vuol fare,
    altrimenti diventa solo causa di disastri.

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Cronaca di una lezione di catechismo… con Paola





Taranto, 28 marzo 2014

Stamattina, intorno alle ore 11:00, ricevo la telefonata di Piera, una catechista della mia Parrocchia, che mi invita a presentare alla sua classe, oggi pomeriggio alle ore 17:00, la figura di Paola Adamo. Naturalmente accetto, chiedendo a Paola “di venire con me”.
Qualche ora dopo, mi ritrovo in una stanza del primo piano della Parrocchia Cuore Immacolato di Maria. Sono presenti una decina di adolescenti (dagli undici ai tredici anni), che mi guardano incuriositi. Piera, la loro catechista, mi presenta come una sua cara amica che ha qualcosa di bello da comunicare loro e, subito dopo, con un grande sorriso, mi cede la parola.
Il breve preavviso non mi ha permesso di preparare nulla per l’incontro, ma lo Spirito Santo, a cui ho chiesto aiuto, viene subito ad ispirarmi il tema che mi servirà per parlare ai ragazzi di Paola: l’amicizia.
Comincio a domandare ai giovani quanti amici hanno. Tutti mi rispondono di averne tanti. Quindi continuo ad interrogarli, chiedendo loro se, tra i tanti amici, ne hanno uno che considerano il migliore, l’ “amico del cuore” . I ragazzi restano un po’ perplessi... ci pensano e cominciano a dare le loro risposte. Qualcuno ne ha tre di amici di cui si fida ciecamente, qualcuno due, alcuni uno, qualcun altro nessuno.
Li porto a riflettere su quali devono essere, a loro avviso, le caratteristiche più importanti che una persona deve avere per poter essere il loro migliore amico. Nel frattempo, appendo alla parete un cartellone bianco che avevo portato da casa, nel caso mi potesse servire. Quindi, comincio a scrivere le qualità dell’amico del cuore che loro stessi mi suggeriscono: riservato, simpatico, generoso, altruista; deve saper perdonare, deve saper “capire al volo”, non dev’essere geloso, non deve frequentare brutte persone.
A questo punto, pongo loro una nuova domanda: “pensi che il tuo migliore amico sarebbe disposto a morire per te?”. L’interrogativo sembra averli spiazzati. Si guardano l’uno l’altro, quasi a voler trovare una risposta sincera nello sguardo dei compagni. Quasi tutti restano in silenzio, a meno di una ragazzina che continua a ripetere che la sua amica del cuore certamente morirebbe per lei. “ E tu, saresti disposto a morire per il tuo migliore amico?”, continuo a chiedere ai giovani evidentemente interessati all’argomento. Anche questa volta, a meno della solita ragazzina che è la prima a rispondere, probabilmente in modo avventato e senza aver prima provato a calarsi in una reale eventualità, tutti quanti restano in silenzio. Ci pensano. Cercano di immedesimarsi, attraverso la fantasia, in qualche situazione che provano ad esternare; intuiscono che non è una domanda semplice e alla quale si possa rispondere con superficialità.
A questo punto, annuncio ai ragazzi che c’è una persona che è stata davvero disposta a patire e a morire .... non “per noi”, ma “per me”: Gesù, dimostrando la sua amicizia, non solo con le parole, ma con i fatti.
- Ogni quanto ti vedi o ti senti con il tuo migliore amico? Quanti “sms” al giorno vi scambiate? – ho domandato ancora. – Tantissimi – rispondono, senza aver bisogno di fermarsi a pensare. Tutti affermano di sentire forte il bisogno di condividere con i propri amici ogni avvenimento della giornata. E’ chiaro, quindi, anche a loro, che un’amicizia, per crescere e per essere vera e portare i suoi frutti, va coltivata con una frequenza assidua.
Approfitto di questa riflessione per dire loro che dobbiamo “sentirci spesso” anche con Gesù se ci teniamo all’amicizia con Lui, che dobbiamo imparare a condividere con Lui la nostra quotidianità. Altrimenti il rapporto col Cristo, così come può accadere con un qualsiasi altro“ migliore amico”, comincerebbe a raffreddarsi... tanto che da “amici” si passerebbe ad essere “semplici conoscenti” o addirittura “estranei”.
E’ il momento giusto per presentare loro Paola, un’adolescente proprio come loro; una ragazza con i loro identici interessi: la famiglia, gli amici, la scuola, il catechismo, lo sport. Qualcuno ha già sentito parlare di questa giovane concittadina, proprio dalla loro catechista.
- Secondo voi – domando - che cosa ha fatto Paola di così speciale perché oggi, dopo trentacinque anni dalla sua morte, ancora si parli di lei? –.
E loro: - forse si è fatta uccidere per qualcuno? Ha fatto qualche miracolo?- .
Con la testa faccio segno di no.
Un po’ incuriositi e un po’ meravigliati mi ascoltano con attenzione quando racconto loro di questa adolescente, di come ha saputo fare di Gesù il suo migliore amico e di come, questo rapporto speciale con Lui, abbia influenzato positivamente tutta la sua vita. Rapiti si immergono in qualche racconto e in qualche aneddoto della vita di Paola che narro con parole semplici, mettendo così in evidenza che si può essere “straordinari” nell’ordinarietà.
L’ora del catechismo ormai è finita: il tempo è volato e ci dispiace che sia terminata. Tuttavia, prima di congedarci, chiedo ai ragazzi di alzarsi e di disporsi in cerchio per rivolgere al Padre una preghiera “spontanea”. Ho scelto questa forma di orazione perché vorrei che i ragazzi imparassero a dialogare con Dio con parole loro. Per incoraggiarli, la prima a parlare sono io. Sono convinta che nessuno avrà il coraggio di pregare “a ruota libera”, invece, con mia grandissima gioia, mi sbaglio. Due ragazzi, anche se evidentemente imbarazzati, si sentono alla presenza di Dio e quindi riescono ad aprirsi e ad esternare la propria preghiera. Qualcuno comincia a ridere. Qualcun altro, che probabilmente avrebbe voluto parlare ad alta voce con Dio, per paura d’essere preso in giro, si fa prendere dalla vergogna e tace. Sono certa che, nel segreto del loro cuore, tutti hanno “parlato” col nostro dolcissimo Papà Celeste.
Terminata la preghiera, mi affretto a scrivere in grande, sul cartellone il motto di Paola: “Se credi in Dio hai il mondo in pugno”. Loro, su mio invito, lo ripetono ad alta voce, quasi gridando, probabilmente perché rimanga meglio impresso nelle loro menti e nel loro cuore. Mi sembrava giusto lasciare l’ultima parola di questa lezione di catechismo “alla mia cara amica” Paola.
Lucia Pasculli

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